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L'altro sabato su Wineparty. Sull'IA e i social media. L'impronta digitale della paura

(Nikolaus Skene / Foto: CNN / Animazione: Runwayml) Ciò che appare nei feed digitali di Facebook, LinkedIn o X è più di uno scambio di opinioni. È un sismogramma degli stati d'animo collettivi. Se si leggono i social media attraverso i fusi orari, si riconosce rapidamente: i contenuti si differenziano meno per i temi che per l'atteggiamento con cui Read the full article…

(Nikolaus Skene / Foto: CNN / Animazione: Runwayml)

Ciò che appare nei feed digitali di Facebook, LinkedIn o X è più di uno scambio di opinioni. È un sismogramma degli stati d’animo collettivi. Quando si leggono i social media attraverso i fusi orari, si riconosce rapidamente che i contenuti differiscono meno per i temi che per l’atteggiamento con cui vengono affrontati. E questo atteggiamento rivela molto dell’immagine che intere società hanno di sé.

Non scorro per avere ragione, ma per riconoscere degli schemi. Dove si fanno domande? Dove si spiega? E dove si reagisce subito sulla difensiva? Dietro molte opinioni forti si nasconde meno convinzione che insicurezza.

L’impronta digitale della paura

I post provenienti dall’Europa sembrano spesso sistemi chiusi. Le affermazioni restano sospese nello spazio come fortificazioni. Le sezioni dei commenti ricordano trincee: qui non si esplora, si corregge. Un nuovo impulso tecnologico – che si tratti di IA, automazione o economia delle piattaforme – viene trascinato di riflesso attraverso i filtri della regolamentazione, della morale o del pericolo potenziale.

Un utente parigino, Stéphane Berger (nome modificato), reagisce a un contributo sull’IA generativa con queste parole:
«Noi (la razza umana) siamo così bravi a sprecare opportunità e a combinare guai che non riesco a immaginare un futuro in cui non rovineremo tutto. La nostra salvezza potrebbe derivare dal fatto che potremmo non avere abbastanza energia per alimentare questi grandi data center e che saremo costretti a ridurre il nostro uso dell’IA.»

Non è un invito al dialogo, ma un atteggiamento difensivo. Qui non parla la curiosità, bensì la stanchezza. Il futuro non appare come uno spazio da plasmare, ma come una minaccia che si vorrebbe tenere a bada il più possibile.

Questo atteggiamento è tipico delle culture che si definiscono principalmente in base a ciò che vogliono preservare – non a ciò che potrebbero creare di nuovo. Quando non si vedono più possibilità, resta soltanto il rischio.

L’architettura della curiosità

I social media si leggono in modo completamente diverso se si guarda verso San Francisco, Shenzhen o Dubai. Lì i post sono più raramente giudizi e più spesso strumenti. In queste regioni organizzo le cosiddette «Conferences on Wheels»; leggere i feed locali fa parte della mia ricerca.

Nella Silicon Valley domina un linguaggio della sperimentazione. Un ricercatore scrive:
«Gli assistenti IA e gli agenti IA rappresentano due categorie distinte di intelligenza artificiale, ciascuna concepita per scopi specifici.»
Le reazioni non sono controdeduzioni, ma sviluppi ulteriori: elogi per la chiarezza, integrazioni, idee per l’applicazione. La discussione non nasce dal contrasto, ma dalla capacità di collegarsi a quanto già detto.

In Cina, soprattutto a Shenzhen, il tono è ancora più pragmatico. I post raccontano ciò che è già stato realizzato: robot negli hotel, cucine automatizzate, logistica supportata dall’IA. Le domande non sono «È una cosa positiva?», bensì «Quando arriverà da noi?». Qui l’informazione serve come base per prendere decisioni, non come spunto per formarsi un’opinione.

L’Europa sotto stress permanente

In questo confronto l’Europa appare tesa. L’ignoranza viene rapidamente considerata una debolezza, le domande come indecisione. A ciò si aggiunge un’immagine di sé ancora fortemente alimentata dai successi del passato – e che nel frattempo trascura il fatto che quel successo non è una condizione naturale.

La sovranità non si manifesta nell’avere sempre ragione. Si manifesta nella capacità di porre domande senza paura di perdere il controllo. Chi è sicuro di sé non ha bisogno di dominare. Chi è insicuro si difende.

Se si considerano le culture dei post come uno specchio della psiche collettiva, allora l’Europa appare come un dirigente poco prima della pensione, la Silicon Valley come uno studente eterno e la Cina come un architetto impegnato nella costruzione.

I social media non sono uno spazio rumoroso. Sono un termometro. Mostrano quanto una società sia capace di pensare al futuro. Forse sarebbe ora di difendere meno opinioni e lasciare spazio a più osservazioni. Perché alla fine non prevale chi aveva ragione a gran voce, ma chi ha posto le domande migliori.

(Nikolaus Skene vive e lavora a San Francisco. Lì dirige la propria azienda. www.nikiskene.com)