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Perdita della storia invece che perdita della faccia – sulla fine della tenuta vinicola Von Hövel an der Saar

(Claude Auguste / Manfred Klimek – Redazione) La chiusura della tenuta vinicola von Hövel an der Saar ha sorpreso molti. Ma la tenuta non è una vittima diretta di quella tanto citata «crisi del vino» che da mesi infesta i titoli dei giornali. Il calo delle vendite in Europa e negli Stati Uniti spiega solo una piccola parte della storia. La vera ragione sta Read the full article…

(Claude Auguste / Manfred Klimek – Redazione)

La chiusura della tenuta von Hövel sulla Saar ha sorpreso molti. Tuttavia, la tenuta non è una vittima diretta di quella tanto citata “crisi del vino” che da mesi imperversa nei titoli dei giornali. Il calo delle vendite in Europa e negli Stati Uniti spiega solo una piccola parte della storia. La vera ragione risiede più in profondità – in una crisi esistenziale personale all’interno della struttura dirigente della tenuta. Non spetta agli estranei giudicare. Chi ha sperimentato quanto possano essere esistenzialmente sconvolgenti simili cambiamenti sa che, a volte, la frenata d’emergenza non è un fallimento, bensì un necessario atto di autodifesa. Le aziende non sono macchine. Sono sostenute da persone – e quando queste persone, queste antiche imprese familiari, raggiungono i propri limiti, tutto vacilla. Che, naturalmente, una burocrazia scandalosamente inefficiente e gli enormi costi salariali dei vigneti in forte pendenza abbiano contribuito a loro volta è fuori discussione.

Con von Hövel scompare però più di una semplice azienda. Si ammutolisce un capitolo della storia vitivinicola tedesca che risale fino alla secolarizzazione. Nel 1803, nei tumulti seguiti a Napoleone (e per procurare denaro alle campagne militari francesi), i beni ecclesiastici furono confiscati e messi all’asta. I possedimenti del monastero di St. Maximin, coltivati dalla Chiesa per secoli, passarono in mani private. La Saar e la Mosella divennero prussiane, in seguito parte di un impero i cui Riesling godevano di prestigio in tutto il mondo. A Londra, New York e San Pietroburgo erano considerati più preziosi di molti Bordeaux.

Von Hövel era un’eredità di quell’epoca. La tenuta era legata a vigne come l’Oberemmeler Hütte o a particelle nello Scharzhofberger – nomi che hanno un peso nel mondo internazionale del vino. Apparteneva già da tempo al gruppo delle principali tenute produttrici di vini di qualità, molto prima che iniziasse la moderna costruzione dei marchi. Un tempo questa regione viveva dello splendore mondiale dei suoi Riesling feinherb e fruttati dolci.

Il fatto che ora chiuda una tenuta simile racconta anche di un esaurimento che va ben oltre il vino. Gli anni successivi al Covid hanno portato molti settori economici fuori equilibrio: costi in aumento, salari più elevati, catene di approvvigionamento fragili, un generale senso di insicurezza. Soprattutto nei vigneti in forte pendenza della Saar e della Mosella, dove sono necessarie oltre mille ore di lavoro per ettaro all’anno, gli aumenti salariali incidono direttamente sulla sopravvivenza. Qui la realtà economica si scontra con la tradizione artigianale.

E tuttavia rimane una contraddizione: proprio sulla Mosella e sulla Saar nascono quei classici vini Kabinett, a bassa gradazione alcolica ed eleganti, che in realtà dovrebbero adattarsi perfettamente al presente. Otto o nove per cento di alcol, acidità vibrante, un po’ di dolcezza fruttata – vini dotati di scorrevolezza e capaci di accompagnare la cucina. Sembrerebbero creati apposta per una generazione che consuma in modo più consapevole e non si sente a proprio agio con gli alcolici ad alta gradazione.

Ma è qui che si trova il problema strutturale. Molte tenute fanno fatica a considerare apertamente lo zucchero della frutta e la bassa gradazione alcolica come punti di forza al passo con i tempi. Troppo spesso la dolcezza viene letta automaticamente come antiquata, invece che come componente tradizionale di uno stile autonomo. Le istituzioni appaiono macchinose, la comunicazione esitante. Non esiste un spontaneo patriottismo tedesco del vino. Si guarda più alla Borgogna o alla Toscana che alla propria storia a partire da Napoleone. Eppure, prima del 1803, ampie parti dei vigneti di punta appartenevano alla Chiesa – e fu solo la secolarizzazione a trasformarle in proprietà borghese e in un marchio internazionale.

Con von Hövel non finisce dunque soltanto un’azienda. Finisce un altro frammento di quella lunga linea che dai possedimenti monastici, passando per la Prussia, arriva fino all’odierna economia dei vigneti in forte pendenza. Le viti restano (forse). I vigneti restano (forse solo come nomi che conservano la memoria). La storia resta. Ma a portarla avanti sarà un nome in meno.

Forse questa cesura contiene anche un compito: considerare i Kabinett a bassa gradazione alcolica non come una reliquia, ma come il futuro. La Saar sa essere moderna – deve solo avere il coraggio di definirsi tale.