(Manfred Klimek, foto: Stefan Feichtinger WEIN & CO / animazione clamorosamente difettosa: Runwayml)
Heike e Gernot Heinrich erano già giovani viticoltori affermati quando nel 2001 misero sul mercato la prima cuvée Salberg – 90% Merlot, 10% Zweigelt. Si cominciò presto a parlare del “Mouton austriaco per eccellenza”, naturalmente una sciocchezza che agli Heinrich non dispiaceva affatto, a buon diritto: il loro Salzberg era infatti il primo vino rosso del Paese a sfiorare la soglia dei 70 euro (1000 scellini). Nel 2001 non era semplicemente un’altra cuvée rossa del Burgenland, ma parte di un’idea più ampia: quella svolta che ebbe inizio con la cuvée Arachon (F.X.Pichler, Szemes, Tement – oggi guidata da Oscar Szemes) e conferì al vino rosso del Burgenland una nuova consapevolezza di sé. Lontano dal provincialismo, lontano dalla pura ostentazione di potenza, verso origine, struttura, eleganza e una longevità chiaramente riconoscibile.
In questa fase il Salzberg è stato uno dei primi vini rossi premium a dimostrare che Blaufränkisch, Zweigelt, St. Laurent e Merlot non devono necessariamente livellarsi a vicenda, ma possono invece esaltarsi reciprocamente. Non una cuvée qualsiasi, bensì un insieme composto con precisione.
Un cru cresce – e con esso l’idea
Il Salzberg non è un cru classicamente “grand cru” in senso borgognone, né un terroir monolitico nettamente delimitato. È un puzzle. Cresciuto nel corso di decenni, parcella dopo parcella. L’eredità napoleonica non ha lasciato qui alcuna estetica, bensì una frammentazione – ed è proprio da questa che è nata una forza. Argilla, limo, calcare, sabbia e ghiaia non si trovano ordinatamente uno sopra l’altro, ma uno accanto all’altro, a volte persino l’uno contro l’altro. Per il viticoltore non è una facilitazione, ma un’imposizione. Per il vino, invece, è una splendida opportunità di brillare in modo straordinario.
Questa varietà dei suoli è accompagnata da un microclima che perdona poco. Il cru si apre al sole, l’acqua scarseggia, le viti devono lavorare. Gli acini rimangono piccoli, le bucce spesse, le rese basse. In combinazione con la conduzione biodinamica non nasce un vino rosso amabile, bensì uno dotato di polpa, presa e tensione interiore. Sul margine superiore del Salzberg, dove il suolo si fa più sottile e domina la ghiaia, subentra lo Zweigelt – non come seduttore, ma come spina dorsale strutturale. Una parte confluisce nel progetto regionale Pannobile, mentre il Salzberg stesso rimane la somma di tutto.
Affinamento senza trucco
Il Salzberg matura per circa 20 mesi anche e soprattutto in barrique usate. Non è un atto cosmetico, ma una scelta contro la seduzione superficiale. Il legno deve accompagnare, non commentare. Ciò che rimane è un vino che sviluppa profondità. La cuvée non è quindi un compromesso, ma una traduzione: Blaufränkisch per la tensione e l’acidità, Merlot per il volume, St. Laurent per la speziatura scura, Zweigelt per il radicamento.
L’annata 2018 – concentrazione invece di posa
Il 2018 che ho avuto ora nel bicchiere (50% Bluafröänkisch, 50% Merlot) mostra quanto il Salzberg si sia affinato nel corso degli anni. Al naso non un banale fuoco d’artificio di frutta, bensì bacche scure e mature, insieme a richiami di olive, erbe aromatiche e anche un profumo che ricorda i pomodori italiani essiccati. Note affumicate, tabacco, un accenno di pepe, tutto strettamente intrecciato. Nulla sta da solo. Perfetto senza ostentazione. Due varietà che si completano alla perfezione, che confluiscono l’una nell’altra.
Al palato il vino appare teso e succoso al tempo stesso. Il frutto è presente, ma non viene messo in primo piano. Un’acidità fresca traccia una linea attraverso il vino, il tannino è fine, percettibile, sì, ma già sorprendentemente integrato. Sullo sfondo erbe aromatiche, speziatura scura, una nota salina che più che accarezzare dà struttura. Preciso e perfetto – ormai 24 anni di sapiente artigianato della cuvée.
Uno sguardo al passato e al presente
“Salzberg revisited” significa anche questo: oggi questo vino è naturalmente diverso da quello delle prime annate. Eppure, detto banalmente, è rimasto fedele a se stesso, perché Gernot Heinrich non ha mai perso il filo, non lo ha mai sacrificato alle mode – e non ha mai esaltato il Salzberg fino al cielo; una mossa intelligente. Mentre molti vini rossi premium dei primi anni Duemila oggi sembrano documenti di un’epoca esagitata, il Salzberg ha conservato qualcosa di senza tempo. Forse perché non ha mai puntato al massimo effetto nel presente.
Nel contesto di Arachon, il Salzberg era un tassello di una promessa più grande: che il Burgenland è in grado di produrre vini rossi che non devono spiegare da dove provengono, perché lo percepiamo al gusto. Questa promessa è stata mantenuta – non in modo spettacolare, ma in silenzio. Per il mercato mondiale Heinrich produce troppo poche bottiglie. Per gli appassionati di vino di tutto il mondo, però, questo 2018 è la continuazione di un grande racconto.