Domani sarà di nuovo la Giornata dell’Unità Tedesca. Vedremo immagini della Porta di Brandeburgo, i politici parleranno del successo del processo di integrazione degli ultimi anni (e dell’AfD, che lo contraddice), e al più tardi in serata qualcuno constaterà che Est e Ovest, anche a 36 anni dalla riunificazione, non sono ancora diventati ovunque lo stesso Paese – anzi, per nulla. Per quanto riguarda il vino, ci si può risparmiare questo discorso a maggior ragione. Lì la questione è piuttosto chiara: la Germania non si è riunificata.
Provate a ordinare un vino della Sassonia o della Saale-Unstrut in un buon ristorante di Colonia, Düsseldorf, Francoforte o Stoccarda. Non è impossibile. Ma è più o meno naturale quanto ordinare un buon Trollinger in una Besenwirtschaft sveva (Ok: ammetto che è molto polemico). Sulle carte si trovano Rheingau, Mosella, Palatinato, Rheinhessen, Baden, Franconia, talvolta Austria, Italia e, in mezzo, mezzo mondo. Meißen? Freyburg? Naumburg? Piuttosto raramente. Eppure il vino della Germania orientale non è un’invenzione della riunificazione. Sulla Saale e sull’Unstrut la viticoltura è documentata fin dal Medioevo, mentre la Sassonia può vantare una storia di oltre 800 anni. Meißen è considerata la culla della viticoltura sassone; nel XVII secolo, lì e lungo l’Elba, si estendevano migliaia di ettari di vigneti. Sulla Saale e sull’Unstrut, all’inizio del XVI secolo, erano addirittura circa 10.000 ettari. Non sono regioni vitivinicole inventate dopo il 1990, nelle quali, per cortesia di politica strutturale, sono stati piantati alcuni filari. Erano terre di vino molto prima che la Germania sapesse che un giorno sarebbe esistita la DDR.
Eppure l’Ovest tratta ancora oggi questi vini un po’ come ospiti provenienti da un’altra repubblica. La grande eccezione si chiama Rotkäppchen. La cantina di spumanti di Freyburg è probabilmente la storia di maggior successo di una casa vinicola della Germania orientale dopo la riunificazione. Fondata nel 1856, nella DDR divenne, come impresa di proprietà del popolo, il più grande produttore di spumante del Paese. Dopo il 1990 le vendite crollarono inizialmente, il personale si ridusse drasticamente e nel 1993 seguì un management buy-out. Poi accadde qualcosa che non rientrava nella consueta narrazione del dopo-riunificazione: l’Est comprò l’Ovest. Rotkäppchen divenne Rotkäppchen-Mumm, oggi leader del mercato tedesco dello spumante. Naturalmente, per questo Rotkäppchen non è ancora uno spumante della Saale-Unstrut in senso stretto. Un gruppo di queste dimensioni lavora con vini provenienti da ben oltre la regione. Solo alcune imbottigliamenti speciali fanno esplicito ricorso a uve della Saale-Unstrut. Ma non c’è neppure bisogno di storcere il naso: Rotkäppchen produce uno spumante industriale accessibile, e a quanto pare sono moltissime le persone che vogliono bere proprio quello. Gli intellettuali del vino tendono talvolta a pensare che la popolarità sia già di per sé un difetto di qualità. È una sciocchezza. Rotkäppchen non è champagne di vignaiolo e non pretende di esserlo. È una storia di successo industriale nata a Freyburg. E uno dei pochi marchi della Germania orientale in cui, dopo l’unità, non è stato l’Ovest a inghiottire l’Est, ma a un certo punto è avvenuto il contrario.
Per il vino vero e proprio la storia è stata più complicata. Oggi la Saale-Unstrut conta poco meno di 900 ettari di superficie vitata. È piccola, secca e piuttosto settentrionale. Poche precipitazioni, gelate invernali e tardive: qui la viticoltura è stata a lungo un’attività al limite climatico. Le valli fluviali protette formano isole di calore, mentre il calcare a conchiglie e l’arenaria variopinta caratterizzano molti cru. Il risultato non sono spesso vini opulenti, bensì vini chiari, precisi e caratterizzati dall’acidità. Dopo il 1990, i viticoltori della zona non dovettero soltanto ristrutturare le aziende. Dovettero riconquistare un’identità. L’autonomia privata era difficile nella DDR e la viticoltura era fortemente condizionata da strutture statali e cooperative. Il fatto che già nel 1996 Lützkendorf di Bad Kösen, un’azienda della Saale-Unstrut, e Schloss Proschwitz della Sassonia aderissero al VDP fu quindi più di una semplice adesione a un’associazione. Fu una dichiarazione: non vogliamo essere trattati come vini orientali folcloristici, ma partecipare alla viticoltura tedesca di vertice.
La Sassonia, invece, oggi possiede appena poco più di 500 ettari. I vigneti si estendono lungo l’Elba intorno a Dresda, Radebeul e Meißen. Chiunque abbia percorso almeno una volta quei terrazzamenti capisce subito perché questo paesaggio abbia poco a che fare con la Rheinhessen. È una viticoltura fatta di muri, piccole parcelle, terrazze ripide e luce settentrionale. Nel frattempo il Riesling è tornato a occupare la maggiore superficie vitata; accanto vi si trovano Müller-Thurgau, Pinot bianco, Traminer, Pinot nero e un numero sorprendente di altre varietà. È proprio qui che risiede l’equivoco? L’Occidente considera ancora volentieri queste regioni come varianti tardive di se stesso. La Sassonia dovrebbe allora essere una piccola Rheingau, la Saale-Unstrut una Mosella settentrionale. Ma perché, poi? La viticoltura della Germania orientale diventa più interessante proprio là dove smette di voler imitare il vino della Germania occidentale.
E per questo ormai bisogna persino lasciare la Sassonia e la Saale-Unstrut. Un tempo il Brandeburgo era terra di vino. Dal Medioevo fino al XIX secolo, le viti crescevano lungo l’Oder e la Neisse, nell’Havelland, nei dintorni di Cottbus e nel Fläming. Poi scomparvero in gran parte. Oggi stanno tornando. A Pillgram, non lontano da Francoforte sull’Oder, la famiglia Patke gestisce una vera e propria tenuta vinicola. Le uve crescono su superfici di proprietà, la vendemmia viene effettuata a mano e i vini possono ufficialmente fregiarsi della denominazione di vino regionale del Brandeburgo. Alle orecchie dei tedeschi occidentali suona ancora un po’ come ananas della Meclemburgo. Ed è proprio questo il problema. Ancora più bello è il caso di Neuzelle. Anche lì i cistercensi praticavano già la viticoltura. Nel XVIII secolo l’abate Martinus fece piantare sulla “Scheibe” viti provenienti dalla Borgogna. Fino al 1840 si produsse vino, poi per circa 160 anni tutto si fermò. Nel 2002 i viticoltori del monastero di Neuzelle iniziarono a riportare in vita il vigneto. Oggi, all’interno del complesso monastico barocco, si coltiva di nuovo la vite. Non è un grande business, ma un lavoro culturale svolto con le forbici da potatura.
E poi c’è Wolkenberg nella Lusazia. In realtà questo vigneto non dovrebbe nemmeno esistere. Il villaggio di Wolkenberg fu demolito per far posto alla miniera di lignite a cielo aperto di Welzow-Süd. Dopo l’estrazione del carbone, da milioni di metri cubi di terra nacque un nuovo versante esposto a sud e sud-ovest. In precedenza, insieme a scienziati, si era verificato quali viti fossero in grado di adattarsi al clima continentale della Lusazia e ai terreni ricultivati. Oggi vi crescono, tra gli altri, Pinot bianco e Pinot grigio, Riesling rosso, Schönburger, Rondo e Cabernet Dorsa. Un vigneto su un’ex miniera di lignite a cielo aperto: è difficile mettere più storia tedesca in una bottiglia.
E probabilmente è proprio qui che risiede ormai persino il vantaggio intellettuale dell’Est. La viticoltura della Germania occidentale possiede una tradizione immensa. Mosella, Rheingau, Palatinato, Baden, Franconia: cru famosi, classificazioni, storie familiari, eredità, regole e un’idea piuttosto precisa di come debba essere un grande vino tedesco. È un tesoro. Ma può anche essere un peso. All’Est gran parte di tutto ciò è stata interrotta dalla guerra, dalla DDR, dalle espropriazioni, dalla collettivizzazione e infine dalla radicale trasformazione economica dopo il 1990. Storicamente non è stato un vantaggio e non dovrebbe essere romanticizzato. Ma la viticoltura odierna, in alcuni luoghi, ha per questo meno soggezione nei confronti della frase: “Abbiamo sempre fatto così”. A ciò si aggiunge il clima. Quello che un tempo era uno svantaggio sta cambiando. La posizione settentrionale non garantisce affatto un futuro roseo: siccità, gelate tardive ed eventi meteorologici estremi restano rischi considerevoli. Ma periodi vegetativi più caldi rendono interessanti per il vino di qualità luoghi sui quali, fino a pochi decenni fa, i viticoltori della Germania occidentale avrebbero ancora sorriso. Il Brandeburgo è l’esempio più radicale in questo senso.
Forse, dunque, la carta vitivinicola tedesca sta per essere ridisegnata ancora una volta. Non lungo il vecchio confine, ma trasversalmente. La cosa curiosa è soltanto che molti bevitori di vino dell’Ovest non se ne siano ancora accorti. Domani i tedeschi celebreranno 36 anni di unità tedesca. Sul piano politico, economico e sociale si discuterà di nuovo di quanta unità sia effettivamente nata. Per il vino la risposta è più semplice. L’Ovest continua a bere prevalentemente vini dell’Ovest. L’Est produce da tempo vini che nell’Ovest quasi nessuno conosce. Ma all’Est li bevono. E volentieri. Anche con un certo orgoglio.
