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Quattro vini bianchi che andavano di moda 50 anni fa. Che fine hanno fatto i migliori bianchi degli anni '70?

(Claude Auguste / immagine animata: runwayml) C'era una volta un'epoca in cui l'Europa, anzi il mondo intero, sapeva abbastanza esattamente cosa voleva bere. E non nel senso di «scoperta» o di «discorso sul terroir», bensì in modo molto pratico: cosa c'è sulla carta, cosa si conosce, cosa si ordina senza pensarci. Allora il vino bianco non era un Leggi l'articolo completo…

(Claude Auguste / animated pic: runwayml)

C’era un tempo in cui l’Europa, anzi il mondo intero, sapeva con una certa precisione cosa voleva bere. E non nel senso di «scoperta» o «discorso sul terroir», ma in modo molto pratico: cosa c’è sulla carta, cosa si conosce, cosa si ordina senza pensarci. All’epoca il vino bianco non era un’avventura enologica di vignaioli del vino naturale, ma pura e semplice abitudine. E questa abitudine aveva dei nomi.

Uno di questi: Edelzwicker. Alsazia. Oggi suona come una battuta, ma un tempo era un’offerta seria. L’Edelzwicker era il vino per chi non voleva – o non poteva – decidere. Un po’ di Riesling, un po’ di Gewürztraminer, magari anche un po’ di Pinot Blanc, ma soprattutto Chasselas e Silvaner, tutto insieme, e la cuvée era pronta. Già il nome era una miscela di ambizione e ironia. Nobile, ma anche mescolato, assemblato. Negli anni ’70 e ’80 l’Edelzwicker compariva su tutte le carte, dall’osteria di paese al ristorante più raffinato. Oggi? Scomparso. Quasi. Solo pochi irriducibili lo tengono ancora in vita. E una versione è sopravvissuta: «Gentil» di Hugel. L’Edelzwicker che si è dato una sistemata; abbastanza elegante e ribattezzato per non essere deriso nel presente.

Poi: Entre-Deux-Mers. Bordeaux, ma bianco. Un’intera regione che un tempo rappresentava la possibilità di produrre un vino bianco più che dignitoso anche nella terra dei grandi rossi. Fresco, leggero, un po’ erbaceo, Sauvignon, Semillion e Muscadelle, un po’ di agrumi, sempre corretto, mai emozionante. L’Entre-Deux-Mers era il vino bianco della ragionevolezza. Lo si ordinava quando si voleva Bordeaux, ma non si voleva bere un Bordeaux. Una soluzione intermedia – il nome lo dice già. Tra i mari, tra le idee. Oggi questa soluzione intermedia è in gran parte scomparsa da noi. Il mercato ha deciso: se Bordeaux, allora rosso. E se bianco, allora che sia nazionale.

E poi ci sarebbe il Gavi. Gavi di Gavi, a voler essere precisi. Piemonte, uva Cortese, un vino che un tempo era considerato l’emblema dell’eleganza italiana. Snello, fresco, con un accenno di amarezza nel finale, che allora passava per sofisticato. Il Gavi era il vino bianco della trattoria di un certo livello, l’accompagnamento al pesce, agli antipasti, alle conversazioni che a tarda sera si facevano un po’ troppo rumorose. Negli anni ’80 e ’90 è rimasto a lungo un punto fermo. Oggi? È ancora lì, ma in qualche modo si è fatto silenzioso. Soppiantato da tutto ciò che è più aromatico, più rumoroso, più internazionale e più ecologico. Il Gavi è rimasto, ma non ne parla più nessuno.

E infine: Lacryma Christi del Vesuvio. Già il nome è un evento. Le lacrime di Cristo – bisognava proprio inventarselo. Un vino con una storia, con un mito, con una bottiglia che sembrava essere stata sottratta direttamente da una sagrestia. Snello, slanciato, spesso un po’ troppo decorativo per quello che conteneva. Il vino in sé: particolare, a volte buono, spesso mediocre, ma sempre con una grande narrazione alle spalle. Non lo si beveva soltanto, ci si credeva anche un po’. Oggi è finita anche questa. Il Vesuvio è ancora lì, le lacrime si sono prosciugate.

Ciò che accomunava tutti questi vini era la loro funzione. Erano lì. Erano disponibili. Facevano parte di un sistema in cui il vino non veniva spiegato, ma semplicemente ordinato o venduto. Si sapeva cosa si sarebbe ricevuto, e bastava.

Oggi è tutto diverso. Il vino deve raccontare qualcosa, deve mostrare la propria origine, deve giustificarsi. Le vecchie categorie, queste soluzioni pragmatiche, fanno fatica. Sono troppo semplici per un’epoca che pretende complessità – o almeno sostiene di averne bisogno.

Eppure manca qualcosa. Questa naturalezza. Quel «Fammi un Edelzwicker», senza ulteriori domande. Quel «Portaci un Gavi», senza che nessuno conosca la parcella. Forse questi vini non erano grandi, non lo sono mai stati. Ma facevano parte di una quotidianità che non esiste più. La quotidianità chiamata naturalezza.