(Manfred Klimek / immagine animata: Runwayml)
Bisogna assaporare questa vicenda: i Riesling che da decenni – anzi, da generazioni – vengono portati nel mondo come Brauneberger Juffer, a partire dall’annata 2026 dovranno improvvisamente essere etichettati come Maring-Noviander Juffer. Per non trarre in inganno i consumatori, si dice. Lo apprendo dal Trierer Volksfreund, solitamente ben informato sulle questioni regionali – il quotidiano della Mosella, della Saar e della Ruwer.
Consumatori? Quali, esattamente? Il collezionista giapponese, il commerciante americano, l’appassionato della Mosella in Scandinavia? C’è davvero qualcuno che abbia finora creduto che una parcella avesse a che fare con la mappa catastale comunale? Sì, la burocrate tedesca (uomini compresi) si preoccupa qui commoventemente di persone che rifiutano la sua preoccupazione. Oppure la burocrazia si preoccupa piuttosto del fatto che presto potrebbero venirle a mancare temi da regolamentare. È tempo allora di trovarne – di inventarne – di nuovi. Altrimenti, alla prossima riforma (che in questo Paese, comunque, non arriva mai), i posti di lavoro saranno scomparsi. È questa la paura che nitrisce nel cavallo burocratico? E se davvero si trattasse addirittura di un regolamento dell’UE, allora la burocrazia di Bruxelles avrebbe fornito un’ulteriore prova del fatto che lì bisogna passare con il tosaerba. E che i posti di lavoro dovrebbero essere eliminati. Ora!
Perché qui non si difende il terroir. Qui si applica il diritto catastale.
Alcuni ettari del Piesporter Goldtröpfchen si trovano formalmente a Dhron – dunque in futuro il Goldtröpfchen diventerà un Dhroner Goldtröpfchen. Il Piesporter Grafenberg diventerà il Dhroner Grafenberg. Zeltinger diventerà Rachtiger. E la grande parcella Kröver Nacktarsch riceverà diligentemente l’etichetta aggiuntiva «Regione». Verrebbe da ridere, se non fosse così distruttivo.
L’autorità parla di tutela dei consumatori. Ma qui, in realtà, chi protegge chi? I consumatori? O la propria ragion d’essere?
Dal 1971 la legge tedesca sul vino esiste nella sua forma moderna. Per 55 anni i confini comunali non sono stati un motivo per bollare come fuorvianti denominazioni di parcelle vecchie di secoli. Per 55 anni nessun funzionario, nessun ministero, nessuna commissione ha aggrottato la fronte. E ora, proprio quando quasi tutto è regolamentato, cartografato, rilevato e digitalizzato, si scopre improvvisamente uno squilibrio morale nel nome.
Si può almeno chiedere se le autorità, i cui compiti originari sono sempre più spesso esauriti, non comincino a crearsene di nuovi. Quando i grandi cantieri normativi sono regolamentati, si cercano quelli più piccoli. Quando non esistono più vere anomalie, se ne costruiscono di formali. Non è una teoria del complotto, bensì un modello noto della sociologia delle organizzazioni: le istituzioni tendono all’autoconservazione.
E che cosa si presta meglio del vino? Visibile, emotivo, carico di tradizione – e non abbastanza rilevante per il sistema politico da provocare una seria resistenza.
Qui, però, si parla di più che di semplici etichette. Si parla di valore del marchio, di un’identità culturale sedimentata, di una reputazione internazionale conquistata con fatica. «Brauneberger Juffer» è una promessa. Uno spazio storico, il cui nome è stato caricato di qualità attraverso le generazioni. Costringerlo a ridursi alla denominazione catastale esatta non è un atto di chiarezza, bensì di impoverimento culturale.
Non si può fare abbastanza spesso il paragone con la Borgogna: lì si uniscono con sicurezza le denominazioni dei comuni e delle parcelle, per rafforzare gerarchia e origine. In Germania si smontano nomi sedimentati perché non corrispondono all’attuale amministrazione comunale. Come se il terroir si fosse mai fermato davanti ai cartelli stradali.
Ma ciò che irrita maggiormente è la remissività degli interessati.
Perché i viticoltori lo accettano? Invece di dire una volta per tutte, con chiarezza: fin qui e non oltre? Perché non fanno un gestaccio a questa autorità e non spiegano pubblicamente che qui non si stanno proteggendo i consumatori, bensì distruggendo dei valori?
Senza il lavoro dei viticoltori della Mosella nei loro vigneti terrazzati, la valle sarebbe economicamente una zona marginale con un romanticismo da cartolina. Queste aziende mantengono aperti i paesaggi, creano posti di lavoro, generano attenzione internazionale. E proprio a loro si spiega ora che il nome della parcella utilizzato per decenni sarebbe potenzialmente fuorviante.
È questa miscela di correttezza formale e cecità sostanziale a rendere così sgradevole l’apparato amministrativo tedesco. Il metro a nastro al posto dell’ampiezza di vedute. Il paragrafo al posto del pragmatismo. Si regolamenta perché si può regolamentare. E, in una follia già così tipicamente tedesca, bisogna farlo per forza.
Eppure questo sarebbe il momento per una riforma radicale della burocrazia tedesca. Meno ossessione per i dettagli, più senso di responsabilità. Meno autoreferenzialità, più controllo dell’efficacia. Ogni nuova regolamentazione dovrebbe rispondere alla domanda: quale problema reale stiamo risolvendo – e quale danno stiamo causando nel farlo?
Perché se la «frode ai consumatori» dovesse consistere nel fatto che una parcella conosciuta in tutto il mondo non coincide al millimetro con l’attuale confine comunale, allora questa burocrazia ha un problema di lusso. Oppure un problema di legittimazione.
Il settore vitivinicolo tedesco deve già fare i conti con il calo delle vendite. Chi, in una situazione simile, ritiene di dover smembrare nomi sedimentati con un’accuratezza amministrativa esasperata ha perso il senso della realtà.
Riformare significa sapersi contenere. Le autorità non sono fini a se stesse. Esistono per risolvere i problemi – non per generarne di nuovi.
Forse i viticoltori hanno bisogno di un partito regionale che rappresenti sul posto i loro interessi.